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Published by Centro Prima on October 27, 2021

Una critica che spesso viene rivolta a chi lavora con gli autori di violenza nelle relazioni affettive è quella di “medicalizzare e psicologizzare la violenza”: con questa affermazione si intende indicare il rischio di perdere di vista la complessità di un fenomeno che ha profonde radici storiche e culturali, con la conseguenza di non tenere in conto come la violenza maschile sulle donne sia anche connessa con le strutture culturali, politiche ed economiche che la alimentano. Condividiamo la problematicità di concepire la violenza di genere come un fenomeno esclusivamente di pertinenza dell’individuo che la agisce, come anche consideriamo poco efficace, nella possibilità di produrre un vero cambiamento, un approccio al fenomeno esclusivamente culturale e politico. Proveremo a spiegarne le ragioni e al contempo ad illustrare un’alternativa per noi convincente.

Crediamo che la lettura individualistica del fenomeno della violenza contro donne e minori sia estremamente problematica e inefficace e come psicoterapeuti specialisti del settore vogliamo diffondere con chiarezza il messaggio che trattare psicologicamente il fenomeno non sia affatto ridurre il fenomeno della violenza ad una questione tra individui avulsi dai contesti storico e sociali, individui da curare per riportarli ad una norma comportamentale e affettiva attesa. Nonostante purtroppo oggi molta parte della psicologia contribuisca alla diffusione di questo equivoco bisogna ricordare che l’oggetto dell’intervento psicologico non è l’individuo ma la relazione, e che quando parliamo di relazione non si intende solamente tra individui, ma più ampiamente tra individui e contesti.

La psicologia è una scienza ad oggi ancora poco nota e che fa enorme difficoltà a far conoscere i suoi diversi approcci. L’approccio psicosociale, di cui vogliamo illustrare i principi cardine, mette radicalmente in discussione il concetto di individuo, è intrinsecamente contestuale e riferita alla possibilità di dare senso al disagio e alla propria domanda di cambiamento e sviluppo a partire dalla costruzione di un pensiero su ciò che accade TRA le persone. Nel modello psicosociale le relazioni si fondano su “accordi” inconsci attraverso i quali si dà un senso condiviso ai fatti e agli elementi del contesto. Questi “accordi” collusivi impliciti sono in primo luogo emozionali (nel senso che ci fanno sentire questi fatti e questi elementi del contesto come amici o nemici, buoni o cattivi, grandi o piccoli, rassicuranti o terrorizzanti ecc.): attraverso l’immediatezza delle emozioni, tali accordi impliciti costruiscono un modo di sentire condiviso da tutti coloro che partecipano a quel contesto-relazione. Attraverso gli accordi collusivi inconsci si definiscono quindi valori, significati, pratiche, modi di fare, stereotipi, più in generale si dota di senso ogni elemento del contesto e ogni agire dell’uomo nel contesto. Questo processo collusivo è essenziale per poter comunicare, capirsi, prendere decisioni, raggiungere obiettivi. La crisi di questo implicito accordo condiviso e il conseguente venir meno della capacità di dar senso agli accadimenti, la perdita scopi condivisi e progettualità condivisi, produce un terremoto emotivo che, se non si riesce a contattare ed elaborare, può esitare in atti violenti finalizzati a liberarsi (sempre solo apparentemente) del disagio che il disequilibrio emotivo ha generato.

Come si iscrive la questione di genere nell’intervento psicosociale sulla violenza

Nel 1929 Virginia Wolf sosteneva la necessità per una donna di avere “una stanza tutta per sé” per poter scrivere. Una stanza che, interpretando le sue parole, rappresentava uno spazio di autonomia reale e simbolico, rarissimo, inedito per le donne del suo tempo, di regola costrette a sposarsi per sopravvivere. L’immagine della stanza tutta per sé è evocativa non solo di come funzionasse la società fino al recente passato, ma anche di quale tradizione, di quale peso ereditario ci portiamo dietro. La cultura patriarcale – fatta di codici, simboli, tradizioni, riti e non detti – abita ognuno di noi, uomini e donne. Chi si occupa di violenza nelle relazioni non può prescindere da queste premesse, anzi deve svilupparle.

Consideriamo la cultura patriarcale come una premessa fondante dei rapporti umani, come il contesto sovraordinato che non è possibile sottovalutare nei casi di consulenza su domande inerenti problemi di violenza: secondo la prospettiva psicosociale cui abbiamo fatto cenno, nessuna azione può essere interpretata come individuale, ma solo in rapporto dinamico con il contesto culturale in cui avviene (e da cui proviene). Naturalmente, questo discorso spiega il funzionamento delle dinamiche psichiche ma nulla toglie alla certezza che la responsabilità giuridica debba essere sempre e soltanto a carico di chi agisce il comportamento violento. Identifichiamo la cultura patriarcale oggetto dell’intervento clinico con la logica del potere, del controllo e della sopraffazione dell’Altro: si tratta di una logica radicalmente alternativa alla possibilità di organizzare rapporti fondati sull’idea di condivisione e di conoscenza dell’Altro, per esempio della partner. Come psicologi esperti ad intervenire nei casi di violenza sulle donne (e anche nella sua prevenzione) ci occupiamo espressamente di decifrare le dinamiche relazionali (per definizione contestuali, collusive), di far emergere i vissuti sottaciuti e di promuovere una loro elaborazione.

La cultura patriarcale – o, in termini psicologici, il modo di stare nelle relazioni secondo la logica del possesso e del controllo dell’altro – produce violenza, non solo fisica e sessuale. È la violenza psicologica quella costantemente prodotta dalla cultura patriarcale, una violenza che si manifesta con delle modalità molto diffuse: provocazioni, lamentele, diffidenza, controllo, preoccupazione, obblighi sono comuni atteggiamenti relazionali che mettono sistematicamente l’Altro sotto scacco, entro una relazione segnata dall’impotenza perché non lasciano spazio ad alcuna possibile risposta costruttiva[1]. Proponiamo di pensare questi atteggiamenti come delle strategie per recuperare potere, strategie disperate messe in atto proprio nel momento in cui il potere sull’altro sembra sfuggire di mano: la crisi del progetto relazionale fa prendere contatto con il vissuto della propria impotenza, doloroso e talvolta insopportabile tanto che si può cedere all’impulso (irrealizzabile, lo ricordiamo) di espellerlo, nel tentativo di capovolgere la realtà per mezzo di un esercizio di sopraffazione dell’altro. Si tratta di strategie ad escalation che, se non vengono comprese, diventano ogni giorno più violente, fino ad esiti talvolta plateali e drammatici. Come il lettore avrà compreso, parlare di questo è molto più complesso e difficile che elencare i femminicidi quotidiani, o prendere le distanze dal modo in cui i fondamentalismi religiosi trattano le donne. È più difficile perché provocazioni, lamentele, diffidenza, controllo, preoccupazione e obblighi sono dinamiche comuni e diffuse tra uomini e donne, ci riguardano molto da vicino, ci coinvolgono tutti.  

Il modello d’intervento psicosociale supera il concetto di individuo e mette al centro la relazione individuo-contesto (intendendo per contesto sia la relazione, sia la cultura che quella relazione esprime). Questa specifica competenza professionale si traduce, nel lavoro con gli autori, nella possibilità di aiutarli a porsi la principale domanda rimasta fino a quel punto inevasa: che cosa sentivano nel momento in cui hanno agito il comportamento problematico e cosa sentono nel qui ed ora del setting clinico. Sì perché l’agito violento altro non è che il tentativo di evacuare un vissuto doloroso di fragilità, impotenza e vergogna, vissuto che emerge a seguito della rottura di un equilibrio. Poter recuperare in un ambiente protetto le emozioni scisse ed espulse con l’atto violento, per reintegrarle in una rappresentazione di sé più articolata, è quello specifico meccanismo che interrompe la violenza, favorendo il cambiamento e una nuova conoscenza di sé.

In conclusione, riteniamo che l’approccio individualista (medico e psicologico) non abbia strumenti di lettura del fenomeno che possano permettergli di comprendere appieno la sua radice storica e culturale, per cui i suoi interventi sono poco efficaci e molto parziali. D’altra parte, ci sembra che anche un approccio esclusivamente culturale e politico nel lavoro con gli autori di violenza – pur offrendo una lettura utile del fenomeno – manchi di strumenti, idee e modelli per rendere questa lettura una vera proposta di cambiamento per le persone che quel problema esprimono. Sosteniamo quindi che l’approccio psicosociale abbia la potenzialità di prendere pienamente in considerazione la lettura culturale e storica della violenza di genere, di metterla a frutto per promuovere un intervento che sia trasformativo per quella persona, che incida nella sua vita, nei suoi gesti e nelle sue emozioni. Un intervento trasformativo basato su uno strumento fondamentale: la relazione che si instaura tra l’uomo e lo psicologo, in cui al centro c’è la scoperta della domanda di cambiamento di quella persona. Riconoscere e far crescere nell’Altro una domanda, un desiderio, un obiettivo di sviluppo, partecipare ad una relazione che si pone l’obiettivo di conoscere, stimolare e perseguire questo sviluppo, è a nostro avviso la vera alternativa alla cultura del possesso e del potere, cioè alla violenza. Riteniamo in tal senso che percorsi trattamentali fondati sull’obbligo e su malcelati ricatti siano espressioni della medesima cultura violenta che si vorrebbe contrastare, pensiamo invece che l’intervento psicologico che si pone come obiettivo di stimolare la domanda di sviluppo e di cambiamento degli uomini possa essere allo stesso tempo un’azione professionale e politica di grande importanza.

Dott. Andrea Bernetti, Dott.ssa Anna Valeria Lisi, Psicologi, Psicoterapeuti Centro Prima


[1] Carli R., Paniccia R.M., 2003, Analisi della Domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica, Il Mulino, Bologna.

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